dei pantani dell’inferno
in fondo alla notte, o meglio l’alba,
ti ho sognata, tutta stropicciata
facevamo l’amore come un lavoro
nell’ingresso dove al tempo
c’era una pendola e un po’ di oro.
Eri come la politica per l’abbandono.
La notte l’altra invece eri un’altra,
quella vera ch’esce dal mare,
con jeans e piumino, col secchiello
in testa per contare dubbi e sabbia
quando per la rabbia e il vento
non mi segui tra i baccelli dei carrubi
e il sole schiude fucsia e gialli i fichi
degli ottentotti nei lunghi scoscesi
o tra i fossi sacri gli ormai ossi rari.
Eri come filosofia con le galosce,
come miracolo e come sospetto.
Minimo vecchio west, provincia d’occidente
malia avvolgente come nuvole
sono i giorni in forse, neri d’incomprensione,
luminosi di vite regalate e fate.
Non dei bravi ubbidienti
alla stagione andante mi affido
ma ai capaci valutati all’ombra del fare.
Volere credere come la palude tutt’intorno
sotto alla montagna delle tue parole.
I luoghi comuni sono pornografici e il mare
e la bella stagione non sono un’occasione
per la liberazione pubblica di vite private
in cantieri e prostitute, di gentili e denari,
assunte in forma di ninfe un po’ viziate.
Moribondo il pensiero del sogno e il profumo dei fiori
dei buchi dei ragni, dell’umore delle notti incapaci.
Amaro anche il dormire nella lucidità d’essere
e potere la verità sfiorata, la verità in mano,
livida verità che però si può baciare
che incontrai infine iniziato alla follia.
Avrei potuto perdere il silenzio nel tuo
ma ti curavi di ciò che non si dice
e mettevi all’indice l’errore che natura
vuole tutt’intorno ad ogni cuore.
L’endecasillabo o il settenario
a far gran forma dell’amore pingue
e la prosa di soggetti lontani a far figura
lasciano un secolo di dighe e bestemmie
a far luce su poveri tavoli di parole,
sulla chiesa di Cioran come una serra
lattiginosa, ferri scuri tra polli glabri e campi neri.
Mia madre mischia vivi e morti sul comò in effige
io tengo la cima, vetta, corda e fune,
che al sole smuovo a mo’ di paralume
e tiro il fiato come un’imposta davanti alla finestra.
(anche a proposito del modesto impiego, di Kirsten Dunst che guarda il cielo, della buca n° 19)
Da piccolo facevo disegni colorati,
rompevo nei giochi indistruttibili
il loro filo con l’infanzia col fuoco.
Ero un bambino sereno. Pensavo
certo a quando t’avrei incontrata
in un incontro formale, sfrontato
al fatto che mai non t’avrei avuto.
Perché ero innocente e sbagliato.
Poi partimmo a vedere il mondo
che tu non c’eri e anche gli aerei
erano pochi. Erano anni d’eroina
di piombo, sul fondo del mare
i cavi erano conchiglie sull’udire.
Tempo d’andare, fare e tornare.
Il bicchiere già non poté bastare
per il succo di questo frattempo
che è stato un viaggio mancato.
La cenere è il led intermittente
di Roma che dorme e dissente.
Furono fragole, stelle e gelosia di donne,
cicche, chicche, chiocce e ciocche.
Ora sono canzoni, cantoni e mascalzoni,
fiorai complici, vicinanze, tombe.
Ma vedi, così più adulto e sereno
ho pensieri pacati e vestiti stirati,
calze e scarpe per piedi per terra.
Ho imparato a mangiare verdura,
so pulire nello yogurt la stagnola,
salare l’acqua, il riso con il brodo.
E ho anche già terra dove andare.
Le parole non sono poi diventate facili
si sfanno in frasi lunghe più dei capelli
dicono notti che non sembrano ricordi
che giorno fanno, d’anno in anno, anni
di pochi baci che lasciano sogni inesauditi
-e anche bucce di cacio nei buchi dei muri-
piluccando dal cuore innocenza ed errore.
Più spesso raccontano come mi piaci.
Allopatia per malìa
gli incubi del pomeriggio
naufragio di riposo
solo mi trovano, l’agogico
e rubato il tempo
si disfano, si tralasciano
nel loro plumbeo
e solo mi lasciano adagio.
Sono armi del tuo pallore
intorno al vermiglio vivo
quando aprimmo gli occhi.
L’unico guanciale, la cinta,
mi profumavano la pelle
come in un’indigestione
d’aver visto e toccato
il marsupio tra le stelle
col futuro nel suo pieno.
Sono alcaloidi dell’ergot,
telefoni, peli nelle uova,
il mio cappello da uomo
e l’amore delle cose tue.
Ricordo che mi dicevi di noi due.
Cupidigia il crimine cui sono all’accusa,
il farmaco etico, la morale che lo scusa
bussano schiusa porta e fanno all’erta
la meteorologia, neve, qualche foto tua.
nido di città tanto nuvolo che sarà sereno
la gioia s’aspetta in chiacchiere di risacca,
per sfiducia, scontento non è sentimento
- e lascia stare l’aritmia
della metafora e della cortesia.
Quando fui pazzo tu fosti la follia
quando sono nel traffico tu sei la città
e quando sarà vento tu sarai l’argomento.
Come arabi cristiani infreddoliti e le mani
impegnate nelle buste gerbere
in un fagotto violino contante consumi,
fate folate e minuti.
Il mestiere è l’amare quella retta
che trasvola gennaio in un ritorno
e sa il carnevale come uno scherzo,
s’affretta alle vetrine e si fa i saldi.
Strega delle stelle che strusci il sole,
spreco d’amore nel cielo che spendi,
se vuoi invisibili e ricche in destino
le costellazioni di storni per passerotti
libri contabili, di bordo, di crociera
di qua del ponte degli angeli.
Tentacoli e confidenze, assurde credenze
in piazza, scaffali pieni di vuota memoria,
però c’è la primula, il freddo,
c’è che annuncia la sua neve
che sempre sembra lieve e tiene il pane.